
(dal suo sito:www.pietroichino.it)
Pietro Ichino, senatore Pd, avvocato, docente all’Università di Milano, è intervistato su Gioia di questa settimana da Monica Ceci e spiega (ancora una volta) la sua proposta di riforma del mercato del lavoro: più tutele ai giovani, sgravi fiscali per le donne. Dice perché si può fare, dove il sindacato sbaglia e perché è minacciato di morte dalle Br .
[Tra parentesi i miei commenti].
“Lo Stato spende ogni anno circa 70 miliardi per riequilibrare il bilancio pensionistico dell’Inps, cioè per continuare a pagare pensioni ai cinquantottenni o ai sessantenni. E intanto prepariamo un futuro pensionistico poverissimo per i nostri figli. Per la mia generazione era abbastanza facile aspettarsi di entrare nel ceto medio, per la loro accadrà più sovente di esserne espulsi”.
Come se ne esce?
Oggi le sole due misure efficaci sono queste: la detassazione di redditi bassi, perché è indecente che si prelevino 110 euro su una busta paga di mille; e un miglioramento incisivo del servizio scolastico a tutti i livelli. Comincio dal mio, quello dell’università, dove paghiamo lauti stipendi anche a migliaia di professori e ricercatori che non hanno pubblicato una riga negli ultimi cinque anni [su questo punto avrebbe molto da dire un ricercatore espatriato a Cambridge che ho incontrato all'Esof, il festival europeo della scienza che si è da poco concluso a Torino e che commentava la pletora di ricercatori italiani mediocri alla ricerca di un posto fisso,].
Lei ha proposto una riforma del diritto del lavoro ispirata al modello della “flexsecurity”nordeuropea. Come funziona? L’idea è che d’ora in avanti tutti vengano assunti a tempo indeterminato, ma nessuno sia inamovibile [ricordate quelli che rubavano nei bagagli dei passeggeri all'aeroporto di Fiumicino? Sono stati reintegrati]. A chi perde il posto per ragioni economiche o organizzative si garantisce un forte sostegno del reddito e un robusto investimento per la sua riqualificazione professionale. In Danimarca i lavoratori ricevono il 90 per cento dell’ultima retribuzione nel corso del primo anno dopo il licenziamento, l’80% il secondo e il 70% il terzo, se non si ricollocano prima.