Giovani disposti a tutto: chi c’è dietro? Su Rep le proposte di “lavoro”

È attivo da qualche giorno il sito Giovani disposti a tutto, parodia della condizione lavorativa che sperimentano molti ragazzi e ragazze. Il mondo del lavoro a chi ha 20-30 anni, magari laureato e con un master molte volte non riesce a offrire più di uno stage non retribuito o un lavoro in nero. Repubblica ha deciso di raccogliere le loro storie. Sono già più di 300 i commenti arrivati sul sito.

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QUASI EUROPA/Arrivederci Italia: “Sono all’estero per imparare a contare solo su di me”

Ambra Gottardi (nella foto) ha due lauree. Una in design del gioiello, e la seconda, in design del prodotto, a indirizzo arredo, conseguita al Politecnico di Milano. Dopo varie esperienze di lavoro in Italia e la seconda laurea ha deciso di prendere un’aereo e stabilirsi a Londra. Oggi si dice realizzata, perchè “qui essendo da sola devo contare solo ed esclusivamente su me stessa, questo mi sta aiutando a  credere di più nelle mie capacità e in me”. Originaria di Triuggio, in provincia di Monza, ha 25 anni ed è nella capitale britannica da un mese.

Perché hai lasciato l’Italia?
Ho deciso di andare a Londra per imparare bene l’inglese e perché sapevo, date le mie esperienze precedenti, che in Italia soprattutto nei primi periodi, ma non solo, anche se specializzato e laureato vieni sfruttato e sottopagato.

Che lavoro fai e ti senti realizzata?
Faccio l’assistente alla vendita di articoli d’abbigliamento turistici a Convent Garden. Sono felice perchè tutto ciò che sto facendo è per me e basta. Vivo bene e mi sento realizzata, per adesso. Spero poi, in un domani, di trovare un lavoro attinente ai miei studi.

Torneresti mai in Italia e a quali condizioni?
Tornerei se ci fosse modo di trovare un lavoro che mi realizzi e appaghi. Il problema principale è che in Italia di lavoro per i giovani non ce n’è. Non si investe più sulle nuove generazioni, costringendoci a trovare un lavoro in altri paesi.

Oltre al lavoro, cos’altro manca in Italia?
Le case, troppo care e anche la vita lo è. Invece qui, a Londra c’è più proporzione.

QUASI EUROPA/Arrivederci Italia: Paolo Soldano
QUASI EUROPA/Arrivederci Italia

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QUASI EUROPA/Arrivederci Italia: Paolo Soldano

“Ho lasciato l’Italia per curiosità, voglia di andare all’estero e di mettermi in gioco. Certo, ha influito anche la situazione del mercato del lavoro, non tanto per le possibilità in sè, quanto per le enormi difficoltà pratiche, dall’avere uno stipendio decente agli affitti troppo cari”. Paolo Soldano (nella foto), 31 anni è originario di Milano, ma vive in Giappone e ha sposato una giapponese. Ci racconta perché ha deciso di vivere lontano dal suo paese d’origine: “E’ venuto quasi per caso. Dopo aver insegnato l’italiano in Corea del Sud e a Milano, non potevo far altro che puntare sulle scuole di italiano all’estero. Ho mandato il mio cv un po’ dappertutto, fino a quando mi hanno preso in Giappone”.

Che lavoro fai?
Sono in Giappone da giugno 2007. Da due anni e mezzo sono responsabile comunicazione e web per la Camera di commercio italiana in Giappone, a Tokyo e sono giornalista free lance. Collaboro per “A”, Il Mondo, www.donnesulweb.it, Equilibri.

Sei felice della tua condizione, ti senti realizzato?
Sono felice e la pubblicazione del mio primo libro, Giapponesi si nasce (Aletti editore) e dell’omonimo blog,Giapponesisinasce.com, in cui racconto il paese del Sol Levante, le sue contraddizioni e le sue peculiarità  mi sta dando molte soddisfazioni. Ma non mi sento realizzato, la strada è ancora lunga e tutta in salita.

Torneresti mai in Italia e a quali condizioni? Non per i prossimi due, tre anni, di questo ne sono certo. Ma niente è definitivo e dipenderà dalla situazione.

Cos’è che in Italia più manca e di cosa del tuo paese d’origine hai nostalgia?
Le cose che più mancano sono il rispetto e la voglia di ascoltare veramente gli altri. Disservizi, disoccupazione, problemi sociali credo siano solo una conseguenza di queste mancanze. Dell’Italia mi mancano gli amici e la famiglia.

Da “Giapponesi si nasce” di Paolo Soldano

“Guardiamo senza essere guardati” è una delle dieci cose che i giapponesi non ammetteranno mai. E’ quello che ho imparato a fare anch’io nel corso dei miei primi tre anni in Giappone, dove mi è stato predetto che avrei partorito senza dolori, sono passato per il fallimento della scuola nella quale insegnavo italiano a Osaka (che mi ha portato alla disoccupazione e all’iscrizione a un sindacato giapponese), e ho (ri)cominciato a fare (questa volta un po’ più seriamente) il giornalista a Tokyo.

Nel frattempo, ho scoperto che i ladri di mutandine non sono una leggenda, che c’è qualcuno che vorrebbe una legge sul matrimonio tra umani e personaggi di manga e anime, che per conquistare una giapponese bastano 14 minuti, e che in caso di un terremoto di 7,3 di magnitudo a Tokyo ci sarebbero 810.000 persone alla disperata ricerca di un bagno.

QUASI EUROPA/Arrivederci Italia

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QUASI EUROPA/Arrivederci Italia

Spesso sono gli altri a raccontarci meglio, a spiegarci chi siamo e dove stiamo andando.
Sempre di più è la stampa estera che si può permettere il privilegio di raccontare l’Italia di oggi. Perché di privilegio si tratta.
Stretti tra la cronaca nera, un’informazione perennemente in conflitto di interessi e la miopia di una classe politica e culturale, solo attraverso l’Economist, la Bbc, il New York Times si capisce che cosa è questo nostro paese e dove sta andando. Oltre Berlusconi, i problemi degli italiani sono soprattutto altri: la disoccupazione, l’assenza di protezioni sociali che non siano quelle della famiglia, un sistema d’istruzione e formazione pachidermico e clientelare, fatto non per gli studenti ma per i professori e per chi di stipendi pubblici vive e vivrà fino alla morte perché i dipendenti pubblici sono inamovibili.

Riporto qui il link dell’ultimo articolo apparso sulla stampa estera, sul Time, e che parla dei giovani italiani che decidono di vivere e costruire il proprio futuro all’estero. Una scelta dolorosa, ma che sembra necessaria, visto l’immobilismo attuale della democrazia italiana. Raccoglierò qui le storie di ragazze e ragazzi che hanno detto “arrivederci Italia” e che una volta partiti, forse non torneranno più.

Nella foto: lo studentato di Tietgen a Copenhagen

ARRIVEDERCI, ITALIA: Why young Italians are leaving


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UOMINI CHE ODIANO LE DONNE/Perché si parla sempre di raptus?

Si continua a parlare di raptus, anche se non se ne afferra il significato. Com’è che i raptus alle donne non vengono.

Il Corriere:”Raptus della guardia carceraria. Uccide l’ex compagna e si spara”

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